Carlo Artuffo. Le storie di Tomà

Carlo Artuffo. Le storie di Tomà

Venerdì 22 giugno alle ore 18 presso il Centro Giraudi (ex Chiesa di San Giuseppe) iniziativa di anteprima di AstiTeatro 34: in collaborazione con la Biblioteca Astense sarà presentato il volume di Massimo Scaglione Carlo Artuffo. Le storie di Tomà (Ed. Graphot 2012). Nato ad Asti nel 1885 da umile famiglia (il padre esercitava il mestiere di materassaio), Carlo Artuffo iniziò sin da giovane a calcare il palcoscenico nella città natale e nei dintorni. Scoperto da Mario Casaleggio, con lui costituì un binomio trionfale per il teatro torinese, fissando il centro operativo nel teatro Rossini di Via Po, dove in seguito si esibì a lungo anche sua figlia Nina. Anche se non gli mancarono esperienze diverse – comparve in pellicole cinematografiche e fu anche un apprezzato cantante di musica leggera, contribuendo al successo del nuovo mezzo di comunicazione: la radio! – Artuffo è ricordato soprattutto per la commedia dialettale. Tra i suoi successi: i monologhi “Lj pompista del me pais” (I pompieri del mio paese) e “Dammi quella litra” (Dammi quella lettera). Di lui scrive Gipo Farassino nell’introduzione al volume: “ Per me Artuffo è stato un precursore del cabaret, ha inventato personaggi che appartengono a una particolare realtà contadina e acquistano una teatralità e un’ironia tutta particolare, soprattutto perché composti nel dialetto del nostro basso Monferrato. Operazione fatta alla buona, anche se con grande furbizia, che anni e anni dopo il grande Dario Fo userà nel narrare la storia di Cristo e chiamerà Gramelot (con una tecnica molto simile a quella del nostro buon Artuffo). Mescolando, come Artuffo, i vari dialetti venne fuori un linguaggio che valse a Fo il premio Nobel”. La figura di Tomà, il personaggio creato da Artuffo in cui egli meglio si rispecchia, viene così delineata da Enrica Cerrato in quello che risulta essere un ottimo ritratto dell’attore: “un contadino arguto che raccontava la vita quotidiana di campagna, colorandola di esilaranti aneddoti e si spingeva talvolta in città, dove incontrava personaggi lontani da lui e dalla cultura di paese degli anni tra le due guerre. Dileggiava e metteva alla berlina i “cittadini”, ma lo faceva con un tale garbo, che divenne uno degli attori e autori più amati proprio da loro. Artuffo seppe portare in scena tante tipiche espressioni di una civiltà contadina, che anche grazie ai suoi lavori sono sopravvissute”. Intorno ad Artuffo Scaglione fa muovere tante figure del mondo torinese della prima metà del secolo scorso, animato da balletti, cabaret, pantomime, cantanti, attori, dicitori e infine star radiofoniche e ne restituisce un’immagine ricca e vivace, con uno spaccato – rapido ma ricco di dettagli – di storia del teatro piemontese. Oltre all’autore del volume Massimo Scaglione e al coordinatore Antonio Ferrero interverranno alla presentazione Gipo Farassino, Pierluigi Barbano, uno dei primi divulgatori di Artuffo e la nipote dell’attore Milena Canonico, già regista televisiva di spicco, mentre a Fabio Fassio della Compagnia degli Acerbi sarà affidato il compito di dare parole e vita a qualcuna delle Storie di Tomà. L’ingresso è libero. Massimo Scaglione (Garessio, 19 settembre 1931), regista teatrale e televisivo, si è laureato in lettere moderne all’Università di Torino. Nel 1955, mentre lavorava come assistente di studio presso la RAI di Torino, fondò il Teatro delle Dieci e cominciò con le regie per il palcoscenico. Dal 1962 iniziò a fare regie televisive. Fino al 1992, quando si è ritirato dall’attività di regista, ha diretto più di mille programmi, tra i quali Mocambo Bar, che lanciò il cantautore Paolo Conte, Le storie di Arlecchino, sulla Commedia dell’Arte, Parti femminili, due atti unici di e con Franca Rame e molti altri. Tra gli sceneggiati e i film da lui diretti si possono ricordare Albert Einstein, Il versificatore (tratto da Primo Levi), Una nuvola d’ira (da Giovanni Arpino), Ancora un giorno (da Joseph Conrad). Uno dei suoi ultimi lavori è la parodia de I promessi sposi, con i comici Lopez – Solenghi – Marchesini. Ha diretto anche numerose opere liriche e si è dedicato al recupero della cultura piemontese, in collaborazione con Gipo Farassino. Di recente ha curato la regia de L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti in una versione in lingua piemontese del 1859, recuperata e allestita dalla Società Culturale Artisti Lirici Torinese “Francesco Tamagno”. Tiene corsi di teatro al Dams di Torino e dirige una propria scuola di recitazione, il “Centro di Formazione Teatro delle Dieci” con varie sedi in Piemonte. Ha scritto molti saggi sulla storia del teatro, in particolare quello piemontese.

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